La situazione economica del Sistema Pensioni in Italia 1


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di Michele Caponi

 

Il Rapporto sullo Stato Sociale del prof. Alberto Brambilla è particolarmente esauriente e dettagliato. Pur essendo composto da 120 pagine e da diversi altri allegati non c’è un rigo che non meriti di essere letto. Ho pertanto “rubato” a piene mani dal 4° rapporto sullo stato sociale 2015. Ho cercato tuttavia di andare al nocciolo dei problemi e non ho mancato di aggiungere mie personali considerazioni, cercando di sintetizzare.

Il rapporto evidenzia nel 2015 un saldo positivo di 3,7 miliardi tra entrate ed uscite nella previdenza, escludendo l’assistenza. Come perviene a questo risultato positivo il prof. Brambilla? Ecco la sua analisi:

La spesa per pensioni PREVIDENZIALI
nel 2015 la spesa pensionistica ha raggiunto i 217.895 milioni di euro mentre le entrate contributive sono state pari a 191.333 milioni di euro per un saldo negativo di 26.565 milioni. Poiché è opinione diffusa che la spesa per pensioni sia troppo alta, è utile qui calcolare la “spesa pensionistica previdenziale” cioè quella supportata da contributi realmente versati. Il procedimento è semplice: alle entrate contributive totali sottraiamo la quota GIAS e GPT (rispettivamente Gestione Interventi Assistenziali e Gestione Prestazioni Temporanee) a carico dello Stato ottenendo così il totale delle entrate da contribuzione effettiva di lavoratori e datori di lavoro (172.214 milioni); parallelamente alla spesa pensionistica totale sottraiamo le imposte che lo Stato incassa direttamente e che quindi sono semplicemente una “partita contabile di giro” e quindi una “non spesa” riducendo così la spesa pensionistica a 168.501 milioni. A questa cifra, se separassimo davvero l’assistenza dalla previdenza, dovremmo sottrarre anche l’importo delle integrazioni al minimo che essendo dipendenti dal reddito e non dal sistema di contribuzione (nella spesa per funzioni Eurostat dovrebbero stare tra il “ sostegno alla famiglia e l’esclusione sociale”), non dovrebbero gravare sulla spesa per pensioni previdenziali che si attesterebbe quindi a 159.164 milioni. Ma anche trascurando le integrazioni al minimo scopriamo tuttavia che il bilancio previdenziale è in attivo, di 3,713 miliardi. Questa è la situazione se ci fosse la separazione della spesa assistenziale da quella previdenziale che “dovrebbe indurre a maggior prudenza nel proporre tagli alle pensioni, deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà”.

Fino al 2011 il patrimonio dell’INPS era stato sempre in attivo. Ma si è ridotto anno dopo anno dopo aver inglobato l’Inpdap che poi è stato il vero obiettivo, mai ammesso o dichiarato, della riforma Fornero. Questo all’Europa non è stato mai detto e cioè che le pensioni degli statali con tutte i loro particolari meccanismi (dalle pensioni baby a quelle anticipate dei corpi militari, al calcolo di una parte della pensione calcolata sull’ultimo stipendio, alle pensioni di invalidità, quasi una regola fra i militari ) venivano pagate contabilizzandole come anticipazioni di tesoreria per non appesantire il debito pubblico sotto osservazione europea che doveva restare entro certi parametri. Per cui l’Inpdap da ente creditore per i contributi non riscossi era diventato ente debitore nei confronti dello Stato.

QUESTO E’ STATO IL VERO MOTIVO DELLA RIFORMA MONTI-FORNERO. NESSUN PARTITO SI VOLEVA PRENDERE LA RESPONSABILITA’ DI TUTTO QUESTO. SERVIVANO PERSONE FUORI DAI PARTITI E DAL CAPPELLO USCIRONO MONTI E FORNERO.

Per questo serviva che si generassero degli avanzi di gestione, specie dal Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti; è per questo che furono repentinamente alzate le età pensionabili che pure era già previsto che fossero alzate, ma con più gradualità. Il primo anno di confluenza dell’Inpdap nel super Inps, cioè nel 2012, l’Inpdap ha avuto un disavanzo di esercizio di 5,7 miliardi e un passivo patrimoniale di 10,2 miliardi, entrambi scaricati sul bilancio INPS. Quello che da anni si voleva evitare e cioè improprie commistioni ed indebite solidarietà tra sistemi previdenziali oggettivamente diversi tra loro si è verificato triplicando il fenomeno. Per far digerire quella riforma ed avere l’appoggio della opinione pubblica e specie dei giovani si è spinto molto sul conflitto generazionale e sulla sintesi “i vecchi stanno rubando il futuro ai giovani; i giovani prenderanno una pensione da fame perché quelle buone e privilegiate se le stanno prendendo i genitori; chissà mai se i giovani la prenderanno una pensione”. Il risultato nefasto è stato l’aumento degli ultimi anni del sommerso. Tra il 2013 e il 2014 ben 5 miliardi di euro. Quasi 4 milioni i lavoratori irregolari. Se fino a qualche anno fa era il datore di lavoro che cercava di tenere in nero il lavoratore, ora è il giovane lavoratore che chiede al datore di lavoro di non essere “segnato”, tanto sono solo soldi buttati perché “la pensione noi non la prenderemo mai”. Invece bisognerebbe proprio dire ai giovani che con il sistema contributivo nessun euro di contributo viene buttato perché tutto viene cumulato sulla posizione individuale, sia pure virtuale, del lavoratore.

Da anni c’è una mistificazione del problema: emerge chiaramente dall’ esame dei dati che sul tema pensioni c’è tanta ignoranza e se c’è poca gente che capisce qualcosa sul sistema pensionistico italiano, figuriamoci quanto possano capire in Europa. Però a partire soprattutto dal governo Monti, una delle giustificazioni più ricorrenti è stata “ce lo chiede l’Europa”. Questa è stata una montatura costruita ad arte e cioè è vero che l’Europa ce lo chiedeva, ma ce lo chiedeva perché noi, cioè il governo italiano forniva all’Europa un dato non vero per cui la commissione europea non poteva che rispondere “tagliate le pensioni”. Mi riferisco in particolare al rapporto tra spesa pensionistica e PIL che il governo italiano comunicava all’Europa essere del 16,2 %. E’ chiaro che se in Europa la media è del 11,5% la stessa Europa ci doveva per forza rispondere “fate qualcosa”. Evidentemente la commissione europea non entrava nel merito della questione e non guardava affatto come era stato determinato quel dato perché se lo avesse fatto si sarebbe accorta che il dato fornito dall’Italia non seguiva lo stesso metodo di determinazione degli altri Paesi. La cosa più sconcertante è quello di calcolare il peso delle pensioni al lordo delle ritenute fiscali (che nessun altro Paese in Europa fa), circa 50 miliardi di euro che pesano considerevolmente sulla spesa; poi la mancata distinzione tra assistenza e previdenza, come per esempio non scorporare le pensioni sociali (800.000) o le integrazioni al trattamento minimo (circa 3,8 milioni di pensioni) o le maggiorazioni sociali, provvedimenti creati per non lasciare persone indigenti, ma che niente hanno a che fare col sistema pensionistico così come congegnato per il lavoratore italiano, autonomo o dipendente che sia ed infine la GIAS e GPT , per cui la spesa pensionistica in rapporto al PIL in Italia è addirittura inferiore alla media europea attestandosi sotto l’11%. Si dovrebbe affermare che le prestazioni assistenziali vengono considerate tali se il loro finanziamento è totalmente a carico dello Stato (rectius: fiscalità generale) e dei trasferimenti dal suo bilancio. Ma, di ciò, purtroppo non c’è certezza nel bilancio INPS e nel bilancio dello Stato, per assenza di trasparenza sia sulle cifre relative che sui tempi del trasferimento dei denari dal bilancio dello Stato all’INPS [NdR, Stefano Biasioli da Formiche del 30 settembre 2015. v. note (1,2,3)]

Il problema principale resta tuttavia l’evasione fiscale. Il sommerso ha avuto una impennata negli ultimi anni. E’ chiaro che siamo un popolo di evasori. Ora non dichiarare i redditi goduti significa far mancare un gettito irpef che serve, pensando allo stato sociale, alla spesa sanitaria e alla assistenza in generale; tuttavia non dichiarare redditi significa anche non versare contributi. Essendo il nostro un sistema a ripartizione è chiaro che se non entrano i contributi si mette in crisi il sistema di pagamento delle pensioni. Dai dati forniti dalla Agenzia delle entrate la metà degli italiani non ha reddito, ma l’evasione fa mancare circa 11 miliardi di contributi alle casse dell’INPS ogni anno e 108 miliardi di tasse allo Stato di cui 31 miliardi di Irpef. L’INPS avrebbe al momento 140 miliardi di contributi evasi accertati e non riscossi e di questi già si sa che 90 miliardi non si recupereranno mai. E’ per questo che in venticinque anni dalla riforma Amato del ’92 e a 22 anni dalla legge Dini più di 30 interventi non sono bastati a mettere ordine sulle pensioni.

Riflessioni sulle pensioni a carico della fiscalità generale

Spesso si invocano aumenti per le pensioni basse”; la verità è che su 16.393.369 pensionati,circa 8.558.195 (cioè ben il 52,2%) percepiscono prestazioni totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale come i 3.604.744 soggetti beneficiari delle integrazioni al minimo e 1.038.069 beneficiari di maggiorazioni sociali e agli oltre 835.669 percettori di pensione sociale, soggetti cioè che in 66 anni di vita non hanno versato contributi o li hanno versati in quantità irrisoria e malgrado il tanto vituperato sistema retributivo non sono riusciti a maturare una pensione superiore a 5-600 euro e non avendo pagato i contributi non hanno neppure pagato le tasse. Cioè nella loro vita l’assistenza è stata finanziata dalle tasse pagate da coloro che oggi percepiscono una pensione dignitosa e non necessitano di contributi aggiuntivi . In ogni caso è bene osservare che da una stima grossolana almeno il 70% di quegli 8,5 milioni di pensionati sono stati evasori e quegli evasori degli anni ’70 e seguenti hanno una decisa responsabilità sulla creazione e crescita del debito pubblico dalle gabbie del quale oggi non riusciamo a uscire. E’ sicuramente un fatto su cui riflettere perché la loro pensione sarà modesta ma durante la loro vita in età lavorativa la protezione sociale di cui hanno goduto è stata finanziata dai loro coetanei non evasori e oggi in tutto o in parte dalle giovani generazioni.

Classificazione della Spesa

i numeri indicano con forza la necessità di una diversa attribuzione degli interventi sulla base del sistema di contabilità europeo (SESPROS); infatti ancor oggi una parte consistente delle integrazioni al minimo e delle maggiorazioni sociali vengono imputate alla spesa per pensioni e non come sarebbe corretto (e come fanno molti Paesi) al sostegno alla famiglia o alla voce Eurostat “esclusione sociale”. Anche gli assegni familiari sono imputati alla spesa per pensioni e non al sostegno alla famiglia. Sarebbe forse il momento per chi fornisce dati a Eurostat di far sì che la corretta classificazione delle spese consenta di evitare al nostro Paese lo stigma di una bassa posizione nelle classifiche OCSE e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, della esclusione sociale e della casa e la nomea di una altissima spesa per pensioni.

RISTABILIAMO LA VERITA’ SULLA SPESA PER LE PENSIONI

L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale definisce le pensioni “prestazioni previdenziali” derivanti da rapporti assicurativi e finanziate con contributi di lavoratori e aziende pubbliche e private. Nel bilancio dell’INPS le “prestazioni istituzionali” sono suddivise in ”prestazioni pensionistiche” e “prestazioni non pensionistiche”. Le prestazioni pensionistiche, a loro volta, si dividono in “prestazioni previdenziali”, che prevedono il finanziamento contributivo, e “prestazioni assistenziali” che sono sostenute da trasferimenti statali e inclusi nella previdenza obbligatoria. Ben 25 miliardi sono la spesa per le pensioni assistenziali (esempio invalidi civili). Alla luce di quanto esposto appare evidente che quando si afferma che la spesa per le pensioni ammonta a 267 miliardi l’anno, non si afferma il vero, come non si afferma il vero quando l’incidenza percentuale della spesa pensionistica sul totale della spesa pubblica, viene calcolata assumendo, appunto, i 267 miliardi come quota parte di spesa pubblica riferita alle pensioni. Malgrado tutto ciò sia di tutta evidenza e trovi conferma nel bilancio dell’INPS dove, se pure il termine spesa viene usato in maniera indifferenziata, la natura di spesa o meno delle uscite è facilmente individuabile sulla base della classificazione che l’Istituto stesso fa delle erogazioni pensionistiche in previdenziali e assistenziali: tutto ciò sfugge solo a chi ha interesse a non vedere…..La quantificazione generica della spesa pensionistica in 267 miliardi l’anno viene costantemente ripetuta dagli organi di informazione e la si può trovare anche nel libro “La lista della spesa” del Professor Carlo Cottarelli, già Commissario Straordinario per la Revisione della Spesa. Partendo da quel presupposto – come abbiamo visto infondato – il libro mostrando una certa indulgenza verso le spese per le amministrazioni centrali dello Stato e per gli enti locali, indica nella previdenza il capitolo di spesa più importante, oltre naturalmente alla sanità, che insieme alla previdenza, evidentemente, attira forti interessi privati. Nel libro di Cottarelli si allude al Trattamento di fine rapporto come un’altra spesa per l’INPS. Anche in questo caso va detto che le quote di TFR maturate mese per mese dai lavoratori sono inserite nel conto economico delle aziende (e quindi costituiscono spesa per le aziende) e quindi mese per mese versate all’INPS insieme ai contributi. L’unico costo a carico dell’INPS è semmai rappresentato dalla rivalutazione annuale del TFR . Detto questo ci possiamo chiedere: qual è l’interesse a rappresentare in modo distorto la realtà della spesa per le pensioni? Una ipotesi potrebbe essere che si vogliano creare i presupposti per ridurre gli assegni pensionistici e puntare ad una riduzione delle aliquote contributive, anziché delle aliquote fiscali, e quindi del costo del lavoro (chiamano riduzione del cuneo fiscale pure la riduzione delle aliquote contributive). In tal modo si avrebbe una riduzione delle pensioni per gli anziani e anche per i giovani, che a parole tutti affermano di voler tutelare.

La gestione dei fondi compresi nel Fondo dei lavoratori dipendenti privati (FPLD)

L’insieme dei fondi dei dipendenti privati presenta nel 2015 un saldo negativo di 1.877 milioni di euro milioni; vanno qui richiamate le considerazioni già fatte in precedenza nell’esaminare i dati complessivi del sistema pensionistico. Nel 2015 infatti, a fronte di 118.976 milioni di prestazioni a carico delle gestioni si sono registrati 117.099 milioni di entrate contributive, con un rapporto percentuale tra contributi e prestazioni del 98,4% assai vicino alla copertura totale. Si tratta di valori complessivi relativi al “Comparto dei lavoratori dipendenti privati” che comprende, oltre al Fondo lavoratori dipendenti in senso stretto (FLD), anche i dati relativi alla gestione dei dirigenti di aziende industriali (ex INPDAI) ed alle gestioni degli ex fondi speciali (Fondi Trasporti, Telefonici, Elettrici) che, con contabilità separate, sono confluiti nel tempo nel FPLD, nonché di altri fondi categoriali (Fondo Volo, Fondo imposte di consumo, Fondo FF.SS. e altri minori che sono invece gestiti con contabilità autonome nell’ambito del bilancio INPS; il “Comparto” comprende anche i dati relativi ai lavoratori dello spettacolo gestiti dall’ex ENPALS, confluito nell’INPS dal 1/1/2012, e quelli dei dipendenti delle Poste e Telegrafi, prima gestiti dall’ex IPOST, soppresso in data 31/5/2010 e trasferito all’INPS; comprende infine il Fondo dei giornalisti dipendenti privati, gestito quest’ultimo però dall’INPGI (Ente di diritto privato).
FPLD: analizzando i dati del solo FLD al netto delle contabilità separate degli ex Fondi speciali in esso confluiti, il Fondo che rappresenta la gestione più importante del comparto con oltre il 90% dei contribuenti e dei trattamenti erogati, evidenzia per l’anno 2015 un saldo previdenziale positivo di 10.780 milioni di euro, quale differenziale tra 109.210 milioni di euro di contributi e 98.429 milioni di prestazioni ; il differenziale positivo conferma il trend degli ultimi anni. Il risultato complessivo è invece condizionato negativamente dagli ex Fondi speciali, confluiti nel FPLD con distinte contabilità, (con esclusione di Enpals, Ipost e Inpdap) che nel loro complesso presentano un saldo negativo nel 2015 di 12.640 milioni di euro. Basti pensare al Fondo ex INPDAI: il Fondo, pur dotato di un patrimonio al momento della soppressione(2003), ha evidenziato da quel momento risultati economici sempre negativi fino ai 3.921milioni del 2015 e presenta un deficit patrimoniale di 34.135 milioni.

L’UGUAGLIANZA DI TUTTI I CITTADINI

Il prof. Brambilla ci ha tenuto a precisare che la sua analisi non ha potuto essere esaustiva perché ci sono Amministrazioni\Enti che non comunicano i dati richiesti e cioè:

Regione Siciliana (Fondo Pensioni Sicilia) che gestisce un fondo di previdenza Sostitutivo per i propri dipendenti;
Camera dei Deputati per i propri dipendenti e per le cariche elettive che sono soggette a ritenute contributive per i vitalizi
Senato della Repubblica per i propri dipendenti e per le cariche elettive che sono Soggette a ritenute contributive per i vitalizi
Corte Costituzionale per i giudici e i propri dipendenti;
Presidenza della Repubblica per i propri dipendenti;
Regioni a statuto Ordinario e a Statuto speciale (Sicilia compresa) per le cariche elettive che sono soggette a ritenute contributive per i vitalizi
F.A.M.A. Fondo Agenti Marittimi ed Aerei, con sede a Genova,
29.093 prestazioni pensionistiche per un costo complessivo annuo di oltre 1,41 miliardi.

L’IRPEF

Su un totale Irpef versata di 167 miliardi i lavoratori dipendenti ne pagano 99 miliardi pari al 60%del totale; rappresentano la metà dei contribuenti (sono 20,459 milioni su un totale di 40,7 milioni); I pensionati pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia).

Indicizzazione delle pensioni

Per il 2016: 100% dell’Istat fino a tre volte il minimo Inps; 20% oltre tre e fino a 4 volte il minimo; 10% oltre 4 e fino a 5 volte il minimo; 5% oltre 5 e fino a 6 volte il minimo; nessuna rivalutazione oltre sei volte il minimo.

Dal 2017 avrebbe dovuto essere ripristinata l’indicizzazione precedentemente in vigore, ossia indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo; 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo; 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo. Ma la Legge di Stabilità 2016 ha rinviato al 2019 il ripristino della rivalutazione. In ogni caso L’indice Istat dell’inflazione 2015 è risultato negativo e pertanto dal 1° gennaio 2016 non viene riconosciuta alcuna rivalutazione delle pensioni: quindi nessun aumento dell’assegno. Inoltre, poiché l’indice di inflazione provvisorio per la rivalutazione delle pensioni nel 2015 era stabilito nello 0,3%, ma è stato definitivamente fissato dall’Istat nello 0,2%, dal 1° gennaio 2016 le pensioni si sarebbero dovute ridurre di quanto corrisposto in più nel 2015, cioè lo 0,1%. Per evitare una rivalutazione negativa, la legge di stabilità 2016 ha previsto che a gennaio 2016 fossero messi in pagamento gli importi “corretti” sulla base dell’inflazione definitiva 2014, ma senza alcuna trattenuta riferita al 2015. Il conguaglio si è fatto nel 2017;

Pensioni d’oro 2016 e contributo di solidarietà
Importo lordo della pensione Contributo dovuto
Da 91.344 a 130.492 euro – 6% della quota eccedente 91.344
Da 130.492 a 195.737 euro – 12% della quota eccedente 130.492
Oltre 195.737 – 18% della quota eccedente

Il prelievo è cessato dal 1/1/2017. In tutto, le pensioni colpite dal nuovo contributo di solidarietà sono, secondo i dati del Casellario dei Pensionati gestito dall’Inps, soltanto circa 8.000 su oltre 16 milioni di pensionati.

Ecco perché l’ex ministro del Lavoro con il governo Monti, Enrico Giovannini, come mi ha ricordato l’amico Piero Pistolesi, ammise con tutta tranquillità e senza ipocrisie che se si voleva ottenere un risparmio significativo della spesa pensionistica non bastava colpire le pensioni d’oro, ma anche quelle d’argento e quelle di ferro.

 

NOTE
  1. Nel merito va da subito osservato che la sin dal 1989 il legislatore, con l’articolo 37 della legge n. 88, si è proposto di separare l’assistenza dalla previdenza, istituendo presso l’Inps una speciale Gestione degli interventi assistenziali (G.I.A.S.) da finanziarsi a carico dell’erario e che costituisce lo strumento contabile per l’applicazione delle norme che regolano l’intervento di natura assistenziale dello Stato nell’ambito del welfare.
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  2. Già precedentemente la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 157 del 1980, ebbe modo di affermare che “l’istituzione della pensione sociale si inquadra nell’attuazione del primo (non del secondo) comma dell’art. 38 Cost. “ e che “la natura assistenziale della pensione sociale è fra l’altro sottolineata dal fatto che essa è a carico dello Stato “ . Da tale assunto deriverebbe la considerazione che la tipologia del finanziamento è un requisito da prendere in considerazione per valutare la natura previdenziale o assistenziale della prestazione.
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  3. A seguito della Legge n. 88/1989, già dal 1989 i bilanci delle gestioni Inps furono predisposti secondo le nuove direttive, che prevedevano una ricomposizione funzionale delle attività con riferimento alla loro natura previdenziale o meno, con l’effetto, sia pure ope legis, di determinare un importante processo di risanamento del bilancio INPS .Successivamente, con la legge finanziaria per il 1998 (n. 449/1997) e quella per il 1999 (n. 448/1998), si è nuovamente intervenuti sulla via della separazione tra previdenza e assistenza. Ma, ancora una volta, la soluzione è stata (tecnicamente e contabilmente) solo parziale. Nel primo caso (449/1997) si agì attraverso lo spostamento nel campo dell’assistenza (con finanziamento di natura fiscale a carico dello Stato) di ulteriori trasferimenti ed adeguamento di oneri (ex art. 37 L. n. 88/1989), con la copertura degli oneri delle pensioni di invalidità ante 1984 e degli oneri delle pensioni Cdcm ante 1989 e stabilendo altresì che lo Stato avrebbe garantito la copertura piena della GIAS, la quale sarebbe stata, da quel momento in poi, in pareggio. Ma, anche su questo, a Noi restano ampi dubbi (NdR)
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Un commento su “La situazione economica del Sistema Pensioni in Italia

  • Giorgio

    Avviso ai pensionati italiani.
    In questi giorni la I Commissione della Camera ha licenziato, a grande maggioranza (destra, centro, e 5Stelle) la proposta di legge Richetti (Pd) n. 3225. Che prevede l’abolizione dei vitalizi degli ex parlamentari. Tutti i giornali e televisioni applaudono. Ma è importante capire qual è lo scopo vero di questa iniziativa.
    Con questa legge si stabilisce che il vitalizio degli ex parlamentari, già determinato, con una legge del 1965, col sistema retributivo, deve essere “ricalcolato” oggi con il metodo “contributivo”. Se ci ragioniamo sopra un attimo scopriamo qualcosa di molto interessante per i pensionati.
    Questa legge è un cavallo di Troia: con una legge fatta oggi, nel 2017, si calcola quanto dare di vitalizio (pensione) a chi è cessato dalla carica 20 o 40 anni fa quando le leggi vigenti all’epoca calcolavano l’importo col sistema retributivo.
    Attenzione, attenzione: il 90% dei pensionati attuali (che hanno lasciato il lavoro 20, 30, 40 anni fa) gode oggi di una pensione calcolata con il metodo retributivo come stabilito dalle leggi vigenti all’epoca.
    Chiaro? Il ricalcolo usato da questa nuova legge per i vitalizi degli ex parlamentari sarà presto utilizzato per tutti i pensionati: tutti avranno la pensione ricalcolata col contributivo.
    Quale è allora lo scopo vero dell’abolizione dei vitalizi?
    Se si pensa che dal ricalcolo dei vitalizi di duemila ex parlamentari si otterrà un risparmio di qualche milione mentre dal ricalcolo delle pensioni di 20 milioni di italiani si possono ottenere più di 40 miliardi di euro ogni anno si capisce il vero scopo di questa legge: dare carta bianca ai prossimi governi (siano essi bianchi, rossi, verdi o 5Stelle) nel prelevare denaro dai portafogli dei pensionati.
    N.B. La proposta di legge Richetti prevede di “tagliare” del 60% soltanto i vitalizi degli ex parlamentari che sono stati in carica una sola legislatura (per 5 anni); mentre per quelli che sono rimasti in carica per più legislature il vitalizio o rimarrà invariato o addirittura sarà superiore a quello attualmente percepito.
    Quindi coloro che dicono che questa legge “abolisce” i vitalizi dicono il falso e tentano di prendere due piccioni con una fava:
    1) fare “bella figura” dicendo agli elettori che hanno abolito l’ingiusto privilegio della “casta”;
    2) creare un precedente per poter dire – subito dopo aver varato questa legge – che tutte le pensioni vanno ricalcolate col “retributivo”.
    I pensionati devono stare all’erta. La legge in questione sarà portata alla discussione della Camera il 20 giugno prossimo e ha già ottenuto la maggioranza nella Commissione Affari costituzionali, quindi si prevede che sarà presto approvata considerato che i grandi giornali e le reti televisive più importanti hanno fatto fuoco e fiamme perché “la casta” fosse punita.
    Se essa andrà in porto la “punizione” di tutti i pensionati sarà inevitabile.
    Da notare ancora.
    L’On. Mazziotti di Celso (eletto con Scelta civica) è tra i principali sostenitori della legge Richetti e aveva presentato nel 2015 una sua proposta di “legge Costituzionale” per l’abolizione dei vitalizi con la modifica degli art. 69 e 122 della Costituzione, lo stesso Mazziotti di Celso ha presentato una proposta per la modifica dell’art. 38 della Costituzione “per assicurare l’equità fiscale intergenerazionale” tutte e due le proposte sono sostenute dal Pd e dai partiti di maggioranza.
    Come leggo nel vostro volantino: “nessun dorma”; meglio se i pensionati, restando svegli si faranno sentire.