La metamorfosi delle pensioni, dal modello previdenziale a quello assistenziale


 

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di Michele Caponi

 

In un mio precedente articolo, pubblicato su questo sito, ho voluto spingere sul perché ci fu tanta fretta con Monti di fare quella riforma nel 2011 che in realtà per il lavoro privato si riduceva ad accelerare i tempi già previsti dell’aumento dell’età pensionabile. Il problema era l’Inpdap passato in secondo piano perché il lavoratore italiano, specie se esodato, si preoccupò comprensibilmente soltanto della sua pensione.

Ma a questo punto io voglio dirvi cari amici che c’è qualcosa di molto più profondo di cui non ho parlato esplicitamente nel mio ultimo articolo pubblicato sulla nostra rivista dal titolo “evoluzione ed involuzione del nostro sistema pensionistico” dove ho messo in luce due sistemi diversi vigenti in Europa, quello nord europeo e quello continentale. Il primo di natura assistenziale con pensioni basse, più o meno uguali per tutti e basse contribuzioni, il secondo quello nostro, simile a quello tedesco e dei Paesi mediterranei che invece vuole una previdenza obbligatoria che cerchi con la pensione di mantenere il livello sociale raggiunto, seppur con qualche attenuazione, ma con una contribuzione molto più ampia. Forse non ho detto chiaro che in maniera strisciante si sta cercando di trasformare le nostre pensioni da previdenziali ad assistenziali.

Ebbene dal 1995 e cioè dalla riforma Dini c’è sicuramente un progetto, un disegno di lungo termine che cova all’interno del Ministero del Lavoro, trasversale rispetto alle forze politiche di volta in volta al governo che si prefigge, senza mai esplicitamente dichiararlo, di trasformare le pensioni da previdenziali ad assistenziali riducendole progressivamente e cercando in prospettiva di ridurre la contribuzione obbligatoria. Questa riduzione la chiamano “riduzione del cuneo fiscale”, ma come dice la parola, la riduzione del cuneo fiscale dovrebbe operare solo sulle ritenute fiscali. Purtroppo questo intendimento che potrebbe trovare largo seguito si scontra tuttavia con un problema: il nostro è un sistema a ripartizione e pertanto se abbassiamo la contribuzione obbligatoria, come le paghiamo le pensioni?

L’unico modo è ridurre le pensioni attuali.

Per mettere in piedi tutto ciò la riforma Dini cambia il sistema di calcolo e lo porta ad un sistema contributivo che, guarda caso, ha un massimale retributivo soggetto a contribuzione (oggi di 100.000 euro circa), viene eliminato il criterio solidaristico che c’era nel retributivo perché in quel sistema chi guadagnava sopra la prima fascia di retribuzione pensionabile (oggi 46000 euro) avrebbe percepito una pensione che dall’80% con 40 anni di contribuzione poteva scendere fino a sotto il 40% e praticamente con quella riforma si rinunciava a percepire fior di contribuzione da tutta l’alta dirigenza. Ma perché tutto questo? Semplice, bisognava e bisogna spingere sulla previdenza integrativa privata e le assicurazioni hanno plaudito a quella riforma e si misero subito all’opera premendo fortemente su questo tema. Bisogna favorire la previdenza complementare e i fondi integrativi nelle aziende (cosa che sta avvenendo anche con la sanità e i fondi sanitari) e fra i lavoratori autonomi . Si stabilisce di fatto che la pensione a cui deve tendere il sistema è quello di fornire una pensione minima, di pura sopravvivenza. Tutto il resto deve avvenire su base volontaria o aziendalistica. Una riduzione progressiva delle pensioni in essere e future avverrà quindi dal 1995 operando su tre fronti:

  1. Calcolo contributivo per le future pensioni
  2. Riducendo la perequazione automatica per le pensioni essere (E’ chiaro che la ridotta o mancata perequazione delle pensioni sopra 3 volte il trattamento minimo farà convergere tutte le pensioni a quel limite, soprattutto se ci aggiungiamo una fiscalizzazione molto penalizzante per quelle pensioni che chiamano d’oro, ma che in realtà sono anche quelle di ferro)
  3. Infrangendo uno dei caposaldi della riforma tributaria del 1973 e cioè eliminando l’equiparazione del reddito da pensione a quello di lavoro dipendente (e questo è avvenuto con la riforma Visco dal 1° gennaio 2001)

Quindi le pensioni medio alte devono velocemente essere ridotte: mancata perequazione e maggiore tassazione e essere pronti con un clima politico favorevole a ricalcolare tutte le pensioni (progetto Boeri rimasto nel cassetto a causa del NO al referendum).

Ma il sistema regge e gli attuari in più riprese lo dicono: bastano pochi aggiustamenti. Le voci contro devono essere eliminate. Nel 2010 viene eliminato il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso l’INPS presieduto dal Prof. Alberto Brambilla e vi invito a leggere un breve resoconto di quello che fu e doveva essere il NUCLEO DI VALUTAZIONE DELLA SPESA PREVIDENZIALE

IL NUCLEO DI VALUTAZIONE DELLA SPESA PREVIDENZIALE
Organismo istituito ai sensi dell’art.1 comma 44 e 45 della riforma Dini

Fu istituito con legge Dini, alle dipendenze del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, un Nucleo di valutazione della spesa previdenziale con compiti di osservazione e di controllo dei singoli regimi assicurativi, degli andamenti economico-finanziari del sistema previdenziale obbligatorio, delle dinamiche di correlazione tra attivi e pensionati, e dei flussi di finanziamento e di spesa, anche con riferimento alle singole gestioni, nonché compiti di propulsione e verifica in funzione della stabilizzazione della spesa previdenziale. A tal fine il Nucleo, tra l’altro, provvede: a) ad informare il Ministro del lavoro e della previdenza sociale sulle vicende gestionali che possono interessare l’esercizio di poteri di intervento e vigilanza; b) a riferire periodicamente al predetto Ministro sugli andamenti gestionali formulando, se del caso, proposte di modificazioni normative; c) a programmare ed organizzare ricerche e rilevazioni anche mediante acquisizione di dati e informazioni presso ciascuna delle gestioni; d) a predisporre per gli adempimenti di cui al comma 46 relazioni in ordine agli aspetti economico-finanziari e gestionali inerenti al sistema pensionistico pubblico; e) a collaborare con il Ministro del tesoro per la definizione del conto della previdenza di cui all’articolo 65, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni e integrazioni; f) a svolgere le attività di cui ai commi 5 e 11.
Il Nucleo di valutazione di cui al comma 44 è composto da non più di quindici membri che abbiano particolare competenza e specifica esperienza in materia previdenziale nei diversi profili giuridico ed economico-statistico attuariale…(omissis)

L’incarico di componente del Nucleo è incompatibile con ogni funzione e compito che attenga l’attività di controllo, indirizzo, vigilanza, gestione e consulenza con gli enti di previdenza obbligatoria.

Prima della scadenza prevista ad agosto 2012 il presidente Alberto Brambilla nel mese di giugno si era dimesso e successivamente si dimisero tutti gli altri membri. Il prof. Brambilla, chiamato anche dal ministro del lavoro Maroni come Sottosegretario al Welfare, fu messo da parte dal successivo ministro Damiano del PD, poi ripreso da Sacconi ex socialista del Pdl e infine accantonato con l’avvento della Fornero che si trovava in disaccordo con il medesimo.

L’ultimo rapporto del Nucleo di Valutazione risalente ad aprile 2012 affermava che l’insieme delle riforme iniziate negli anni ’90 anche senza la Legge 214 del 22 dicembre 2011, avevano messo in sicurezza il sistema. In sostanza il Nucleo di Valutazione, in base alle sue valutazioni, faceva intendere che la riforma Monti-Fornero non era necessaria per l’equilibrio economico finanziario, almeno per certe sue misure di calpestamento di elementari norme di buon senso, come quelle relative ai lavoratori esodati.

Le funzioni del nucleo sono state trasferite dalla Fornero alla direzione generale per le Politiche previdenziali e assicurative del ministero, in difformità a quello che era uno dei principi basilari del nucleo e cioè la sua totale indipendenza ed autonomia. Da osservare che i membri del Nucleo dal 2007 lavoravano gratuitamente per cui non avrebbe neppure potuto sussistere un obiettivo di risparmio.

 

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